18 settembre 2015

Semplice-mente

Mi imbatto spesso, e sempre più, in questa parola che mi fa un po sorridere e che ho deciso di approfondire: semplice.
Meglio essere persone semplici, vivere, amare, pensare in modo semplice, comportarsi semplicemente. Parlare e scrivere di cose semplici in modo semplice. Abbandonarsi alla vita che d' un tratto tutto diventa semplice.
Dal vocabolario abbiamo, nell' ordine:
  1. privo di complicazioni, facile.
  2. (per estensione) che non desta preoccupazione o problemi.
  3. (in senso figurato) vero, sincero, leale.
  4. (spregiativo) facilmente soggetto al raggiro, ignorante.
Già questo basta a riconsiderare il significato di questa parola, che proprio semplice non è. Perché  tutte le quattro definizioni sembrano consoni se prese insieme e non singolarmente.
Certo, una cosa facile non desta preccupazione ma questo basta a renderla vera? non potrebbe una cosa vera, sincera o pura risultare difficile?
Ignorare queste cose non potrebbe rendermi soggetto al raggiro e causarmi dei problemi?
La nozione di semplice si scopre complessa nella sua stessa semplicità.
Spulciamo ogni singola definizione.
Nella prima il semplice scompare perché il facile non esiste in senso assoluto, è sempre relativo. Relativo alle capacità, all' esperienza, alla conoscenza di ognuno.
La seconda ci dice che le cose semplici non danno problemi, ma anche i problemi sono relativi. Se ho sete il mio primo obiettivo è bere, ma se l' obiettivo diventa sopravvivere non berro'  quello che mi capita se prima non sono certo non si tratti di un veleno. Ma se sto "morendo" di sete che farò? ognuno farà la sua scelta, che è già una pre-occupazione.
La terza definisce semplice qualcosa di vero, leale e sincero. Questa purezza però si corrompe e si sgretola non appena isoliamo il semplice dal suo semplice relativismo. Perché il semplice isolato dal suo sistema perde la sua verità, la sua lealtà e la sua sincerità e si trasforma in limite. La mia immagine allo specchio è vera e fedele nella sua semplicità solo se la riconosco come riflesso di me, altrimenti se non conoscessi l' esistenza del vetro e delle sue proprietà riflettenti, si rivelerebbe un  "semplice"  inganno.
Arriviamo così alla quarta definizione che dobbiamo rivalutare dopo averci scomodato con il suo piglio spregiativo: le cose semplici potrebbero nascondersi dietro ciò che non conosciamo e renderci soggetti all' illusione. E così  le cose ci appaiono semplici finché non le scrutiamo in profondità. Come fossero giganteschi iceberg, questa definizione diventa allora un monito: "occhio che non c' è niente di più profondo di quel che appare in superficie ".
Con questa diversa prospettiva tuffiamoci ora nella derivazione etimologica di questa parola.
Semplice deriva dal latino Simplex. La radice viene o dal latino stesso -Sin cioè Senza, come privativo, o dall' antico sanscrito -Sa'  cioè una volta, unico; composto a Plec- da Plectere (allacciare) o Plicare (piegare).
Piegato una volta o addirittura senza piega.
Ma se ogni cosa è interconnessa, il semplice diventa una parte morta, slegata. Come voler studiare la vita in obitorio, o capire il corpo umano analizzando solo una sua parte.
Si dice che il tutto è più della somma delle sue parti, analizzare le parti nella loro semplicità è dimenticare ciò di cui fanno parte. Totalità che emerge solo se il semplice rimane connesso col semplice insieme a formare il complesso.
L'etimo ci dice che il semplice non è un origami, piegato mille volte in maniera studiata: invece è qualcosa di piegato una sola volta. Ma perché l'immagine fondamentale dovrebbe essere quella del piegato-una-volta-sola e non invece quella del non-piegato? Parrebbe più logico. Ma questa immagine della piega singola è molto eloquente: il semplice non è qualcosa di già squadernato, palese, che si capisce da sé, senza alcuno sforzo. Il semplice è qualcosa che non è difficile da aprire alla propria conoscenza, ma che appunto va aperto.
Forse è in questo senso che è da rivalutare l'apprezzamento delle "cose semplici", come è uso dire, siano esse piaceri, sentimenti, abitudini: per esercitare la comprensione, per intendere il segreto delle pieghe del mondo. (E se non sai aprire un foglio piegato a metà non potrai mai capire come si fa un origami.)
Allora meglio vestire il semplice di coerenza, accettarlo in qualità di intima connessione e interdipendenza di parti.
Non fa una piega.
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Il Bivio

Ho così espresso l' idea di Coscienza come processo in-formazione.
È stato un inizio dovuto ma inconcludente. Perché adesso ci siamo riempiti la bocca di belle parole e la testa di tanti bei concetti ma questa benedetta Coscienza resta qualcosa di sfuggente, come una saponetta sotto la doccia. Occorre attenzione.
Cosa è concretamente?
Cosa hanno a che fare con Lei il pensiero e il sentimento?
Cosa La rende differente dall' Io, dall' Ego?
Esiste una Coscienza in ognuno di noi o è la stessa che si sperimenta attraverso le vite che esprimiamo?
E fuori da Me, da questo corpo, posso ancora parlare di Coscienza?  vale a dire può esserci coscienza in un animale, in una pianta o in una pietra?
Insomma è la Coscienza che crea il mondo o è vero il contrario?
Sono semplici domande alle quali non si può rispondere oggettivamente. Domande che alla fine riducono il tutto ad una scelta soggettiva:
o, intrappolati nell' impossibilità di possedere la verità, ce ne lasciamo possedere e lasciamo che la vita si accumuli come polvere negli angoli del tempo fino all' inesorabile fine dei giochi; oppure,  assecondando la spinta naturale di queste perplessità, ci travestiamo da investigatori e lasciamo che proprio l' investigazione diventi il senso per cui viviamo fino al prossimo stupore.
Questo è un bivio in cui tutti si sono trovati e noi stessi ci ritroviamo. Una scelta che tacitamente o meno tutti possiamo compiere e anzi dovremmo. Perché anche se si tratta di una scelta scomoda è   l' unica che fissa un punto di partenza e srotola una direzione che comunque percorreremo.
Questa decisione di fondo sarà la nostra bussola e ci permetterà di orientarci nei meandri della quotidianità, ci indicherà dei riferimenti, la misura del nostro percorso. Solo avendo una direzione (anche senza un verso)  potremo giustificare ogni fatto, ogni sentimento, ogni pensiero e ogni altra scelta successiva che il nostro vivere di certo produrrà.
Non possiamo affermare la Verità insomma ma almeno possiamo essere coerenti con quello che abbiamo creduto vero.
"Non è semplice", dici.
Certamente.
Il semplice non esiste.
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23 luglio 2015

Il processo

Coscienza è un ordine che si forma dal, nel e con il disordine. È un organ-izzazione nuova e superiore che sorge attraverso il contatto dinamico delle parti interdipendenti. È il soggetto di una vita autoreferente che trae la propria forza dall' ordinata organizz-azione degli oggetti che la compongono. Questo soggetto determina la natura degli oggetti e nello stesso momento gli oggetti determinano la natura del soggetto. Un ciclo continuo sempre retroattivo che modifica  costantemente entrambe le realtà.
L' insieme del disordine, in cui ogni cosa ha un suo potere ma senza relazione alcuna, è l' Energia.
L' insieme dell' ordine, in cui alcune cose cedono parte del proprio potere per generare un potere superiore, è la Materia.
La relazione tra Energia e Materia è la Coscienza.
Bisogna ricordarci che queste sono solo parole che cercano di esprimere dei concetti. Ma un concetto può essere chiaro solo nel silenzio. L' uso del linguaggio che si adopera per esprimerlo in verità non fa altro che velarlo. Occorre uno sforzo sincero e continuo.
Proprio per questo possiamo tranquillamante cambiare le parole senza alterare l' idea, e usare per esempio, al posto delle Tre precedenti, quelle di Essere, Esistenza e Vita o Fisico, Astrale e Mentale. O ancora conoscenza, parola e pensiero o addirittura Padre, Figlio e Spirito Santo.
Il concetto rimane invariato, ma osservato da piani differenti: La Coscienza è sempre il rapporto tra l inferiore e il superiore.

30 gennaio 2015

Il gioco della coscienza

Ora non dobbiamo dimenticare che tutto è movimento, dunque l' emergenza di un inizio e l' esperienza di una fine non sono prerogative esclusive dell' azione ma dimorano nel cuore di ogni cosa.
L' inizio è la manifestazione di un caso possibile mentre la fine è l' ordine che ne soddisfa la realizzazione. Ogni possibilità si determina nel nascere e si consuma nella propria necessità.
L inizio è l' avvento di una determinata soggettività che nata dall incontro disordinato  di particolari condizioni si nutre di esse fino alla propria regolarizzazione, attraverso una spontanea organizzazione che la renderà partecipe, ovvero oggetto, di un sistema soggettivo.
Vista cosi ogni cosa è un evento che ospita entro i suoi limiti non solo inizio e fine, o più propriamente causa e effetto, ma sopratutto la doppia identità di soggetto e di oggetto.
Oggetto come forma che si de-forma per mezzo dell informazione e Soggetto come informazione che forma per mezzo della de-formazione.
È un piccolo gioco di parole che getta un po di  luce su concetti chiave quali disordine (deformazione) e ordine (informazione), che rimanda silenziosamente alla radice della Conoscenza (forma e contenuto), un gioco che lascia trapelare una possibile e accattivante riflessione sul senso dell' Essere, la struttura dell' Esistenza e l' emergenza della Vita.
Tutti diversi aspetti mescolati, relazionati e organizzati in un unico sistema.
E il solo -ente capace di far coincidere questi  aspetti in un unico SÉ è la Coscienza.

Allora dovremmo forse ricominciare e dire che tutto è  coscienza in movimento.

10 giugno 2014

Iniziamo


Diciamo subito che si inizia solo qualcosa che ha una fine, o meglio l' inizio pone la fine come sua intrinseca necessità.
Spesso la fine ci rimane nascosta, barricata dietro le incertezze e i limiti di cui la nostra mente si nutre avidamente. Ma anche l' inizio non scherza e raramente sfugge a questo gioco perverso, subito disciolto nel brodo caldo degli eventi che numerosi si susseguono si scontrano si accavallano si attorcigliano.
L`inizio è dunque la forza segreta di ogni attività, né indica la sorgente. Ma poi viene oscurato da questa stessa attività. È la scintilla che accende una fiamma, vero, ma poi come di incanto si fonde tutt'uno con il fuoco.
D' altro canto la fine non è uno smarrimento delle cause iniziali, o la brusca interruzione del processo in atto, piuttosto il raggiungimento di un punto magari imprevedibile ma posto con assoluta precisione dall' inizio. Lo abbiamo già detto, sorge come tacita necessità all' alba di ogni azione. Resta presente come amica fedele lungo tutto lo svolgimento del moto.
Non può esistere inizio senza fine.
E noi che fondamentalmente non siamo altro che attività soffriamo le amare conseguenze di questa ineludibile tragedia, persi come siamo tra un inizio evaporato e una fine che incombe senza spiegazioni né appuntamento. Stiamo in mezzo, come un punto interrogativo segnato su un foglio bianco privo di altre parole.
Se iniziare è  mettere in moto, finire è  il compimento di questo moto. Entrambi però non sono il moto stesso; ne partecipano, lo sostengono, lo comprendono nelle proprie viscere.
Noi siamo tante cose legate strette insieme. Ognuna di queste cose è in fin dei conti la manifestazione di un moto, di un attività, di un verbo. La somma di svariati percorsi concentrici. Siamo un paragrafo fitto di frasi che si danno senso reciprocamente.
Vista così, ogni frase partecipa col proprio verbo all' intero periodo.
Per esempio noi, noi siamo esseri umani, ma siamo anche una comunità di cellule, siamo una mente individuale e anche una società. Non siamo forse anche un ammasso di particelle organizzate? E quanti ruoli siamo nelle nostre singole vite quotidiane?
Siamo più di paragrafi, siamo libri, enciclopedie. Sacchi colmi di azioni in gita nello spazio.
A volte siamo soggetti, altre siamo oggetti.
Quando siamo i primi possiamo conoscere gli estremi di ogni nostra azione, perché ne siamo i creatori in fondo. Ma quando siamo i secondi restiamo appesi a un verbo che non ci definisce. Certo serviamo a completarlo ma presi nella nostra fragile singolarità non riusciamo ad afferrare il senso.
In qualità di essere umano io sono oggetto della specie. Come individuo sono soggetto alla mia vita. Sono soggetto al mio pensiero, alla mia mente. Sono oggetto della materia, della natura. Sono un sistema che ingloba in sé tante parti, eppure simultaneamente sono parte a mia volta di un sovra-sistema.
Questo gioco di anelli coinvolge tutto dalla particella al pensiero compiuto.
Quello che c' è prima e ciò che viene dopo.
Dalla mente di Dio ad ogni angolo della sua creazione.

Ora io mi ritrovo ad iniziare questo blog,
e lo farò con i limiti imposti dalla mia esclusiva identità.
Accenderò' questo fuoco con la speranza che possa riscaldare chi fra voi si ritrova congelato al freddo e al vuoto di una stanza chiusa.
Con la consapevolezza di gettare anche la sua fine da qualche parte, come fosse uno straccio sporco.
Vi abbraccio, a presto.

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